29 nov 2017

"Le visioni non si possono spiegare... si dicono... si cantano... si urlano, dipende da cosa contengono" (Gino Girolomoni)


Alla visita al Pastificio, segue quella, di più profondo impatto emotivo, al Monastero di Montebello, un antico santuario fondato da un nobiluomo pisano, datosi al romitaggio, che istituì l’ordine dei Monaci Girolamini.
Gino Girolomoni, da sempre affascinato dalla vista di quel rudere, nel corso di 40 anni lo ha riportato agli antichi splendori, ristrutturandolo e facendone anche la propria dimora.
La Chiesa, di cui sopravvivono le mura originarie, è stata restaurata nel tetto e nell’abside, dove, alle consuete immagini sacre si sostiuiscono suggestive gigantografie scattate a Har Karkom, nel deserto di Paran, identificato da Emmanuel Anati, recatovisi nel corso di una spedizione alla ricerca di incisioni rupestri, come il vero luogo dove Mosé ricevette le Tavole della Legge. L’altare è costituito da un semplice masso, come nelle chiese paleocristiane. 


Questa storia ci viene raccontata dalla dolcissima Maria, figlia di Gino, che in questo posto è nata, ne ha vissuto gli anni d’oro, vi ha sepolto entrambi i genitori e ne ha destinato una parte all’ospitalità.
Non sono una persona molto spirituale, meno che mai religiosa, ma è impossibile non sentire che l’aria è satura di energia positiva e creatività e la vicenda dell’archeologo anticonformista mi strega… certo, mai quanto evidentemente stregò Girolomoni, che prese persino parte in prima persona a un’esplorazione archeologica, dando prova, una volta di più, del suo eclettismo.


Il grande salone che, un tempo, faceva parte della casa familiare, rivela un altro aspetto del suo impegno sociale: le pareti sono interamente tappezzate di manifesti che annunciano rappresentazioni teatrali amatoriali ed altri eventi culturali a livello locale organizzati nell’ottica di creare una trama comunitaria che non fosse retta solo da un intreccio economico, ma anche relazionale, uno “spirito di corpo” a tutto tondo che sottendesse ad ogni azione, ogni rapporto.


Nella stessa ottica ho letto la raccolta di oggetti appartenenti alla civiltà contadina del passato, ospitata nelle cantine: una collezione di moniti di come si viveva e si lavorava in passato, strumenti che raccontano di fatica e ristrettezze, che potevano essere affrontate solo facendo fronte comune, ma che, soprattutto, ricordano un tempo in cui il rapporto con la terra e i suoi prodotti era intenso, carnale, sudato, e non filtrato da pesticidi, OGM e altri intermediari chimici e insalubri. 





Sebbene la nuvola di misticismo che ci avviluppa sia densa e tornare con i piedi per terra non sia indolore, per la prossima tappa le aspettative sono molto alte. Lasciamo, quindi, sia pure a malincuore, quel luogo fuori dal tempo e riprendiamo il cammino, ancora un po’ più ricchi e appagati.

2 commenti:

Elena Siano ha detto...

Sembra di essere li a fare una visita guidata.....

spuig Maurice ha detto...

Très bon article, comme toujours. Il a le mérite de susciter le commentaire
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